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, Local Objects, The Ice Plant, 2017

Le 74 fotografie che compongono "Local Objects", il nuovo libro del fotografo e scrittore americano Tim Carpenter, edito per la casa editrice The Ice Plant, rafforzano il solco dell'ormai nota iconografia tipica del Midwest americano. La casa, la strada, il campo, l'albero, la recinzione e tutto ciò che in apparenza non risulta rimarchevole, indimenticabile, degno di nota. Eppure, in questa sorta di vagabondare errabondo attraverso gli spazi rurali del locale e del vernacolare, esistono sempre elementi che rendono la descrizione insolita ed inaspettata. Una discontinuità, una rottura, un dettaglio curioso nel centro o nei margini dell'immagine ci catturano e ci portano a fermarci e a guardare sempre più a lungo, sempre meglio. Quasi per rafforzare maggiormente l'idea che guardare è qualcosa di diverso dal vedere. Come se nelle tonalità in scala di grigio di ciascuna fotografia, lo spazio fisico e lo spazio letterario si unissero fino a confondersi e gli echi di un passato prossimo o di una memoria lontana riapparissero immediatamente a noi.
Possono tornare alla mente Robert Adams o l'opera corale delle pagine imperiture di Walt Whitman, William Faulkner, William Least Heat-Moon, Marilynne Robinson.

Gianpaolo Arena

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Interview

Gianpaolo Arena: Potresti dirci qualcosa di più su come è iniziato il progetto Local Objects ?



Tim Carpenter: Può sembrare banale, ma mi sono interessato a come la fotocamera e l'obiettivo che stavo utilizzando componevano l'immagine nel formato verticale. In particolare, stavo puntando la fotocamera piuttosto bassa (evitando quasi del tutto di guardare in alto), e questo creava un primo piano che poteva sembrare uno spazio morto. Ma mi piaceva quella distanza fisica dal soggetto principale e la sua implicazione emotiva. Allo stesso tempo, stavo pensando molto al romanzo di Marilynne Robinson intitolato “Housekeeping” (Le Cure Domestiche in italiano), il cui tema principale è la nostra disconnessione dal mondo e quindi la nostra relativa precarietà. Non era esattamente un "titolo di lavoro", ma nella mia testa queste foto erano chiamate "le immagini di Housekeeping" per come mi facevano sentire.




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© Tim Carpenter, Local Objects, The Ice Plant, 2017
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© Tim Carpenter, Local Objects, The Ice Plant, 2017

GA: Hai iniziato il progetto con l'idea di fare un libro?



TC: Sono un amante del libro fotografico, quindi in un certo senso sto sempre pensando di fare un libro alla fine. Ma in realtà no, in un primo momento non avevo idea che le immagini verticali – per quanto mi piacesse realizzarle - sarebbero finite in un libro, in particolare non credevo che l’avrebbero fatto come tema portante. Ho scattato molto in questo modo per circa 18 mesi, solo godendo di quello che stavo in qualche modo imparando. Ma dopo un po’, ho cominciato a notare nei provini che, anche senza progettarlo, avevo fatto due cose che forse potevano essere una buona base per un libro: avevo fotografato lo stesso soggetto più volte in diversi periodi dell'anno , e inoltre avevo fatto brevi sequenze (2-4 immagini) di alcune cose. Queste ripetizioni - una attraverso il tempo e una attraverso lo spazio - sono diventate la base su cui impostare il primo editing e quindi l’organizzazione finale del libro.

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© Tim Carpenter, Local Objects, The Ice Plant, 2017
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© Tim Carpenter, Local Objects, The Ice Plant, 2017

GA: Come ti avvicini al paesaggio e agli spazi urbani mentre lavori al tuo progetto?



TC: Sicuramente a che fare con l'approccio formale con la fotocamera che ho descritto prima, ma c'è anche un aspetto fisico/logistico: per la maggior parte del tempo ho camminato per la mia città e sono rimasto sui marciapiedi e sulle strade, ho cercato di non avvicinarmi alle cose, evitando di sconfinare o entrare in spazi altrui. Anche in questo caso, potrebbe sembrare banale, ma mantenendo quella distanza fisica e utilizzando un obiettivo normale fisso, tutto diventava coerente con quanto stavo cercando di fare, con ciò che volevo le immagini rappresentassero. Ci sono però alcune immagini nel libro che sono ovviamente più vicine. Ho capito che la distanza doveva essere variata per stabilire un altro tema importante per me: che ci stiamo costantemente mettendo in relazione con il paesaggio e gli oggetti intorno a noi. A volte siamo vicini, e a volte lontani. In questo libro più spesso lontani.

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© Tim Carpenter, Local Objects, The Ice Plant, 2017
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© Tim Carpenter, Local Objects, The Ice Plant, 2017

GA: Come è iniziata la tua collaborazione con The Ice Plant?



TC: Ho fatto una maquette del libro e l’ho mostrato ad alcuni amici fidati. Ron Jude conosce da tempo Tricia Gabriel e Mike Slack di The Ice Plant (hanno pubblicato i libri di Ron "Emmett" e "Other Nature") e mi ha suggerito di inviarglielo. È stato un piacere assoluto lavorare con loro; sia Tricia che Mike hanno una sensibilità perfetta per fare libri e hanno capito subito ciò che volevo comunicare con le immagini. L’impostazione e l’organizzazione finale del libro era già pronta, ma hanno influenzato profondamente ogni altro aspetto del libro e non potrei essere loro più grato; il risultato è davvero come lo volevo.

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© Tim Carpenter, Local Objects, The Ice Plant, 2017
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© Tim Carpenter, Local Objects, The Ice Plant, 2017
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© Tim Carpenter, Local Objects, The Ice Plant, 2017
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© Tim Carpenter, Local Objects, The Ice Plant, 2017
Biografia:
Tim Carpenter (Illinois, 1968) è un fotografo e scrittore che lavora a Brooklyn e nell'Illinois centrale. Ha ricevuto una MFA in Fotografia dalla School of Art di Hartford nel 2012 e, più tardi, nel corso dello stesso anno ha co-fondato TIS Books (tisbooks.pub), un editore fotografico indipendente. Altre sue pubblicazioni sono: A house and a tree (TIS); The king of the birds (TIS); Local objects (The Ice Plant); Township (TIS/Dumbsaint); Bement grain (TIS/Dumbsaint).
Editore:
The Ice Plant
Numero di pagine:
144 pagine
ISBN:
978-0-9897859-9-0
Dimensioni:
7.5 x 8.5 in.

http://www.timcarpenterphotography.com

theiceplant.cc

A cura di Gianpaolo Arena

Traduzione a cura di Christian Tognela